Greentips…consigli verdi – Chernobyl

4 marzo 2010 at 00:06 Lascia un commento


Il disastro

25 aprile 1986. Questa è la data del più grande disastro nucleare mai avvenuto.
Ed è stato causato da una prova tecnica, in un momento in cui il reattore dell’unità 4 doveva essere spento per la manutenzione ordinaria.
L’esperimento che i tecnici stavano provando quella mattina era già stato tentato, in precedenza. Si trattava di verificare se le turbine in rallentamento potessero mantenere in funzione le pompe di raffreddamento di emergenze, sino all’accensione dei generatori diesel di emergenza.

Dal momento che non si pensava al coinvolgimento della parte nucleare dell’impianto, vennero sottovalutate anche le più essenziali norme di sicurezza e il personale addetto all’esperimento non fu adeguatamente informato della pericolosità dei possibili danni e dei rischi nucleari in cui si poteva incorrere.

Alle 13.05 diminuì quindi la potenza e dopo un’ora era scesa a 1600MWt (cioè il 50% della potenza massima). Per evitare uno spegnimento automatico del reattore, prima dell’avvio dell’esperimento, venne disconnesso il sistema di raffreddamento di emergenza e quello di regolazione automatica. Il reattore venne mantenuto in queste condizioni sino alle 23.00, per assicurare energia alla rete.

Alle 23.10 ha inizio il disastro: l’impianto venne portato a una potenza di 1000 MWt, cioè la potenza giusta per poter iniziare l’esperimento, ma una serie di manovre errate (dettate sia dall’incompetenza, che dalla superficialità), avvicinarono il momento terribile dell’esplosione.
Dopo 24 ore, cioè a mezzanotte di sabato 26 aprile, si cambia: da sistema di controllo automatico a quello manuale. L’errata taratura degli strumenti e le sbagliate azioni degli operatori, fecero crollare le barre di controllo a 30 MWt. Troppo pochi per consentire la stabilità del nucleare (il cui limite di sicurezza è di 700 MWt).
Secondo questi parametri, l’esperimento doveva essere sospeso e si dovevano riattivare i dispositivi di emergenza. Ma gli operatori speravano di riportare la potenza al minimo di guardia eliminando i regolatori automatici e cambiando in manuale le barre di controllo. L’operazione riuscì parzialmente. Dopo un’ora, la potenza raggiunse i 200 MWt. La centrale funzionava quindi a bassissima potenza e quindi fortemente instabile. Il controllo manuale attivo in quel momento era esclusivo. La maggior parte dei sistemi di emergenza erano disattivati e la quasi totalità delle barre era disinserita. Le condizioni che si erano così create erano di estrema precarietà e scarsa sicurezza e un arresto di emergenza rapido si sarebbe potuto attivare in almeno 20 secondi. Nonostante ciò, l’esperimento prosegui e in pochi minuti si avviò il test vero e proprio, che condusse rapidamente al disastro.

26 aprile 1986, h. 01.07: la pressione del vapore scende sotto i limiti di guardia. Questo non basta a fermare gli operatori, che disattivano il sistema di sicurezza che prevede lo spegnimento automatico del reattore. L’instabilità sempre più elevata comporta molti e continui aggiustamenti manuali.

01.19: il sistema di controllo esige lo spegnimento immediato perchè la reattività è oltre i limiti. L’allarme non viene considerato.

01.22: alle pompe, come da programma del test, viene tolta l’alimentazione e vengono collegate le turbine, avviate allo spegnimento, con una portata bassissima. Grandi quantità di acqua evaporano perchè la diminuzione del flusso di acqua nel reattore causa un veloce aumento della temperatura.

1.23: tecnicamente l’esperimento è concluso. Ma 36 secondi dopo, alle 1.23 e 40 secondi, un operatore avviò il sistema di spegnimento urgente, che avrebbe portato all’attivazione di tutte le barre in 20 secondi. Ma l’acqua evaporata un minuto prima aveva creato un vuoto d’aria che -per il suo effetto positivo-la potenza aumentò e superò rapidamente centinaia di volte al potenza nominale.La punta in grafite delle barre favorirono la situazione. Il calore aumentato così velocemente, deformò le barre di controllo, impedendone l’inserimento corretto. L’improvviso aumento di calore deformo’ le barre di controllo, impedendone il corretto inserimento. Ruppe e fuse gli elementi di combustibile. La pressione nei tubi del vapore aumentò enormemente e in pochi secondi (8, per la precisione) avvenne la prima esplosione di vapore, che distrusse il nocciolo del reattore e danneggiò il tetto della centrale. Si sollevò il coperchio fatto in un unico blocco di acciaio e cemento, il cui peso supera le 1000 tonnellate. Come se non bastasse questo disastro, il blocco di acciaio, ricadendo, si adagiò su un fianco e si incastrò tra i muri della centrale, strappando e sradicando cavi e tubi di ogni sorta, lasciando il nocciolo ormai rovente esposto all’aria.

La seconda esplosione fu ancora più violenta, poi chi secondi dopo. Forse l’idrogeno fu prodotto dalla reazione chimica causati dal vapore e dallo zirconio e dal vapore e la grafite incandescente.
Una seconda esplosione, molto piu’ violenta, seguì dopo qualche secondo, probabilmente dovuta all’idrogeno prodotto dalla reazione tra vapore e zirconio e tra vapore e grafite incandescente. I danni, già irrimediabili e incalcolabili continuarono ad aumentare, secondo dopo secondo. GLi zampilli infuocati proiettati in aria, ricaddero nella zona limitrofa, facendo nascere focolai e incendi in diverse zone della centrale e dintorni. Le fenditure del tetto, divelto, crearono un effetto camino che espanse gli incendi. L’ossigeno, con il nocciolo incandescente e la grafite della centrale crearono una reazione, sfociata in un incendio che durò 10 giorni e che sarà la causa principale della dispersione nell’aria di detriti e fumi radioattivi, spruzzati nell’atmosfera fino a un chilometro di altezza.
Numerosi incendi divamparono ovunque, nella centrale sventrata, sul tetto e nell’area circostante. Nel frattempo i venti spinsero i componenti radioattivi lontano, verso l’Europa.
Intanto nella centrale si crearono delle reazioni a catena, a causa di Uranio 235 e della grafite ancora efficienti, facendo aumentare ancora la temperatura. Il nocciolo, quindi, si fuse in una massa unica, la cui reazione si sarebbe protratta per molto tempo e iniziò a sprofondare nel terreno, andando sotto di oltre 4 metri.
L’unica cosa rimasta da fare, era arginare il danno abbassando la temperatura dell’area e soffocando o limitando il diffondersi degli incendi, per non farli giungere agli altri 3 reattori ancora in funzione. Se gli incendi avessero raggiunto anche gli altri tre settori, i danni sarebbero stati catastrofici per aree così vaste da non poterlo nemmeno immaginare.
Durante la catastrofe perirono 65 persone, ma si stima che le vittime siano state 4.000 (anche se si parla anche di 9.000 vittime) a causa dell’esposizione a sostanze radioattive.
Studi scientifici ancora in corso stimano che le patologie riconducibili all’esposizione dei detriti radioattivi possano coinvolgere 6 milioni di persone.

Le conseguenze

La maggior parte delle radiazioni venne rilasciata nei primi 10 giorni e contaminò una vastissima area in cui vivevano milioni di persone. Il vento di quei giorni portò la nube tossica fino in Europa, contaminando La Germania, la Francia, la Grecia, la Scandinavia, il Regno Unito e l’Italia. Sul suolo russo, bielorusso e ucraino venne contaminata un’area di 146.000 chilometri quadrati e si dovette evacuare la popolazione.
Sul lungo periodo, invece, i danni maggiori sono provocati dal Cesio-137, i cui livelli di contaminazione cominciano a diminuire dopo cento anni.
Dopo più di 20 anni di distanza, il numero delle vittime continua a salire. L’Accademia delle Scienze dell’Ucraina ha pubblicato un dossier in occasione del ventennale del disastro, in cui si stima che i decessi possano raggiungere – sul lungo periodo- le 100.000 vittime.

Chernobyl oggi

Non vogliamo mostrare le malformazioni che si sono registrate nella popolazione esposta alla radioattività ci Chernobyl, ma sarà sufficiente cliccare qui per vedere cosa un disastro nucleare può provocare.

Ancora oggi la situazione è drammatica: i terreni intorno alla centrale nucleare misurano livelli di radioattività 20 volte superiori ai limiti fissati dall’Unione Europea.
Il reattore sprofondato nella terra è stato coperto con una copertura di cemento di 400.000 metri cubi, la cui durata doveva essere di 30 anni. Tuttavia il rapido deterioramento di questo cappotto sta inducendo gli esperti a realizzarne un’altro, dal costo di circa 1,2 miliardi di dollari. Lasciare la vecchia copertura comporta un rischio troppo alto: se precipitasse sul reattore, si creerebbe una seconda fuga radioattiva.
Esistono progetti per trasformare la zona, ormai irrimediabilmente compromessa, in un sito di stoccaggio delle scorie radioattive di altre centrali, a discapito di chi sta cercando di ripopolare l’area sebbene con rischi enormi.

Le centrali nucleari oggi

Le centrali nucleari non sono sicure, nemmeno quelle di ultima generazione. Ce ne sono due in costruzione, una in Francia e una in Finlandia. Solo in quest’ultima sono state segnalate circa 1500 non conformità nella costruzione, che ne riducono la sicurezza aumentando di conseguenza le possibilità di incidenti nucleari.
Altri incidenti, poco segnalati dai media, sono stati:
1999: una reazione nucleare incontrollata in Giappone. In questa occasione perirono due operatori e la radiazione intaccò l’area circostante.
2006: in Svezia si bloccarono i generatori di back-up, lasciando la centrale senza elettricità (e abbiamo sottolineato prima che il calo di potenza crea instabilità, causa di incidenti nucleari)
2006: a causa di gravi problemi con la sicurezza, in Svezia furono fermati 4 reattori e si perse il 20% della produzione elettrica del Paese.
2007: in Giappone, a causa di un terremoto, fu una scelta obbligata bloccare 7 reattori per un intero anno, con conseguenze forti per la città di Tokio.

Soluzioni

Puntare sullo sviluppo di energia prodotta da fonti rinnovabili, non dipendenti dal carbone o dal petrolio, è la soluzione per non incorrere nel nucleare. Tuttavia pensare anche a un piano di risparmio energetico sarebbe un passo avanti notevole.

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