Posts filed under ‘Disastri ecologici’

Greentips…consigli verdi-Favole e foreste


Immaginate di mettere in mano a un bambino un libro, pieno di figure colorate e testi scritti in grande, con un bel carattere, piacevole da vedere. Alcuni di questi libri sono favole da raccontare ai più piccini. Forse questa scena può far tornare alla mente ricordi d’infanzia; ad altri sembra la descrizione di quanto accade in casa propria ogni giorno.

I bambini crescono con i libri. Sfogliare un libro apre la mente, sviluppa l’intelligenza, favorisce la creatività.

Ma siamo certi che questi libri siano tutti prodotti ecologicamente etici? Siamo sicuri che per far crescere bene i nostri figli, in realtà non stiamo contribuendo a distruggere il mondo in cui loro, una volta cresciuti, dovranno vivere?

Da una recente indagine condotta da Greenpeace è emerso che 9 su 11 libri analizzati erano stati stampati su carta proveniente da foreste torbiere  indonesiane che dovrebbero essere invece protette.

L’Indonesia è il primo produttore al mondo di cellulosa e palma da olio e per incrementare il commercio di carta da parte delle due più grosse aziende produttrici di carta al mondo: la Asia Pulp & Paper (APP) e la Asia Pacific Resources International (APRIL).

Per far capire l’entità del dramma che si sta consumando ai danni dell’ambiente, l’Indonesia ha un’estensione pari allo 0,1% delle terre emerse e sta producendo il 4% dei gas serra globali (1,8Gt, cioè miliari di tonnellate) all’anno. Negli anni compresi tra il 2003 e il 2009, il governo indonesiano ha stimato che sono stati distrutti 800.000 ettari di foreste e di questi, il 22% del taglio è andato ai fornitori di legno di APP. Continuando con questo ritmo di deforestazione, entro il 2030 la distruzione delle piantagioni aumenterà del 50%. APP e APRIL sono le uniche aziende produttrici di cellulosa che utilizzano legni duri tropicali (MTH, cioè Mixed Tropical Hardwood) e polpa di cellulosa di acacia.

La Cina è il primo cliente di APP e APRIL: nel 2007 ha importato dall’Indonesia ben 300.000 tonnellate di cellulosa, con cui ha prodotto 4,3 milioni di tonnellate di libri e giornali. I dati del 2011 riportano che l’Italia ha importato dalla Cina prodotti editoriali per un valore di oltre 5 milioni di euro.

E’ ovvio che le leggi di mercato impongono di produrre di più a meno prezzo e quindi si cerca di risparmiare sulla manodopera (stampando in Cina) e sulle materie prime (APP e APRIL, che sono molto aggressive nella loro politica di mantenimento della clientela). Ma a che prezzo?

Le foreste indonesiane sono l’habitat ideale di molte specie in via di estinzione, tra cui l’orango (che vive solo nel Borneo) o la tigre di Sumatra; nel mondo vegetale possiamo sottolineare la rarità del ramino, un albero tropicale che vive solo nelle foreste torbiere e contribuisce al sostentamento di specie endemiche.

Cosa si può fare, per evitare questo scempio? Intanto con l’informazione: sapere che la maggior parte dei libri per bambini è stata stampata su carta indonesiana è un passo in più verso la protezione delle foreste tropicali.

In Italia, alcuni dei più grossi editori stanno dimostrando il loro impegno con la produzione di editoria soprannominata “a deforestazione zero”. Le campagne di sensibilizzazione condotte negli anni hanno portato gruppi come Mondadori, Feltrinelli, De Agostini e GEMS a cercare materie prime sicure. Altri gruppi minori ce la stanno mettendo tutta per raggiungere analoghi risultati.

Tuttavia, ci sono ancora due gruppi che ancora non sono sensibili a questo argomento ed essendo due dei più grossi, il problema diventa davvero rilevante: Gruppo RCS e Gruppo Giunti. Le analisi svolte da un primario istituto tedesco hanno rilevato che in undici prodotti destinati ai più piccoli, stampati in Cina, sono presenti numerose fibre di MTH. Solo in due casi non si è potuta determinare con chiarezza l’origine della cellulosa.

Non facciamo di tutta l’erba un fascio, però: il Gruppo RCS comprende diverse case editrici e alcune di queste hanno dichiarato e dimostrato di stampare su carta “amica delle foreste”. Queste sono: Bompiani, Fandango, Gaffi, Marsilio. Le altre (Rizzoli in testa) utilizzano materie prime che mettono a rischio le foreste.

Il Gruppo Giunti, invece, ha una situazione più critica perché sembra che tutte le aziende ad esso riconducibili non diano garanzia di sostenibilità ambientale: Giunti Kids, Giunti Industrie Grafiche, Giunti Scuola, GAMM, Touring Editore, GAMM, Giorgio Nada Editorie, Editoriale Scienza, Motta ed Edizioni del Borgo. E proprio per quest’ultima i sospetti sono una certezza: la cartiera Tijwi Kimia, che appartiene al gruppo APP, sul proprio sito web annovera tra i prodotti stampati con la propria carta le guide del Touring Club Italiano.

Greenpeace ha chiesto ufficialmente a Giunti e Rizzoli di impegnarsi a proteggere le foreste, anziché contribuire alla loro deforestazione, acquistando prodotti controllati e di escludere dai propri fornitori APP e APRIL.

Nel nostro piccolo di consumatori, invece, possiamo fare la differenza indirizzando i nostri acquisti verso libri e riviste stampate su carta sicura. Come giustificheremmo, altrimenti, ai nostri figli il fatto che abbiamo lasciato estinguere le tigri per rasare a zero le foreste dove vivono, solo per stampare loro delle favole?

 

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16 ottobre 2012 at 15:04 Lascia un commento

Greentips…consigli verdi – E’ successo ancora!


Purtroppo è successo ancora. Volevamo raccontarvi qualcosa di bello, ma purtroppo la recente notizia dell’incidente nucleare occorso a Fessenheim, in Alsazia, quasi sul confine con la Svizzera, ha brutalmente spostato la nostra attenzione.

L’incidente, di per sè, sembra non essere preoccupante: quello che all’inizio sembrava un incendio, era in realtà una fuga di vapore di acqua ossigenata che ha investito due operai, ustionandoli. 50 pompieri accorsi subito sul luogo dell’incidente hanno tenuto sotto controllo e messo in sicurezza la situazione.

Questa centrale, che il neo presidente francese Hollande ha promesso di far chiudere entro il 2017, l’anno scorso aveva già subito un guasto, considerato di livello 1 su 7 secondo la scala di Ines. Tuttavia, essendo questa centrale al più vecchia in Francia, soprattutto dopo il disastroso incidente di Fukushima, è stata fatta oggetto di polemiche e gli ambientalisti che lottano per far chiudere le centrali nucleari, capitanati da Charlotte Mijeon di “Sortir du nucléaire”, sostengono che questo incidente potrebbe essere il preludio di qualcosa di più grave. Effettivamente, non è difficile pensare che se la struttura inizia a cedere, gli incidenti potrebbero essere più frequenti o più gravi.

Gli Ecogreentips (e speriamo anche tutti gli Ecogreentipper che ci seguono) sono contro al nucleare perchè le centrali non sono sicure, richiedono anni prima di entrare in attività, anni per essere smantellate e i rischi di incidenti sono altissimi. Non crediamo che i vantaggi siano sufficienti per dimenticare gli svantaggi.
Noi vorremmo sì, che il mondo producesse energia più pulita da fonti rinnovabili, ma preferiremmo che la gente imparasse a consumare meno e con più coscienza.

Il nostro Pianeta è bellissimo e ci offre tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo proteggerlo, non distuggerlo!

e voi, cosa pensate delle centrali nucleari? Sono necessarie? Obsolete? Pericolose? Cosa fareste voi, per cercare  di produrre energia meno pericolosa?

 

7 settembre 2012 at 10:11 Lascia un commento

Greentips…consigli verdi – i danni dell’eternità


E’ sulle prime pagine di tutti  i giornali: ieri si è concluso un processo storico,  quello a carico del miliardario Stephan Schmidheiny (64 anni) e il barone belga Louis de Cartier (90 anni), proprietari della ditta Eternit, intentato dai parenti di 2191 vittime dell’eternit. Il tribunale di Torino ha stabilito che i due imputati sono colpevoli di disastro doloso e omissione di cautele antinfortunistiche e devono risarcire € 30.000,00 per ogni vittima (per un totale complessivo di €65.730.000).
La sentenza espressa ieri è storica perché ha tenuto conto delle implicazioni sociali a tutto tondo. Alle carenze nella tutela dei propri lavoratori, si sono aggiunti i danni causati a terzi: sono state liquidate provvisionali di 15 milioni di euro all’Inail e € 70.000 a Medicina Democratica (movimento di lotta per la salute); inoltre sono stati risarciti € 100.000 alle associazioni ambientaliste e sindacali.
Il fulcro della battaglia, durata anni, è che i titolari della ditta Eternit non hanno mai attivato delle misure adeguate per la salvaguardia della salute dei dipendenti, nonostante si sapesse da anni che l’amianto può avere effetti mortali.
Ma che danni fa l’amianto e cos’è l’eternit, un suo derivato?
L’eternit è un materiale inventato dall’austriaco Ludwig Hatschek, che lo brevettò nel 1901 e nel 1902 Alois Steinmann acquistò anche la licenza per la produzione, che iniziò su scala industriale. In pochi anni, questo indistruttibile e versatile materiale fu utilizzato per una vastissima varietà di impiego: dalle tegole alle fioriere, alle tubature, fino agli ondulati usati come coperture, soprattutto per i tetti dei capannoni. Nel 1964 iniziò la produzione di eternit colorato, che lo rese ancora più diffuso nell’oggettistica di uso quotidiano. Solo dal 1984 le fibre di asbesto vennero sostituite con materiali non cancerogeni. Nel 1994 se ne blocco definitivamente la produzione.
Ciò che rese un passepartout l’eternit erano le sue caratteristiche: resistenza alla corrosione, all’usura e alle variazioni di temperatura, versatilità e notevole leggerezza, nonché è un ottimo isolante sia termico che acustico.
In Italia si produsse questo materiale negli stabilimenti di Casale Monferrato e Broni. La contaminazione da amianto raggiunse livelli di guardia altissimi anche fuori dallo stabilimento, perché furono installati impianti di aerazione che disperdevano la polvere tossica fuori dalla fabbrica, contaminando la popolazione limitrofa.
L’asbesto (altro nome dell’amianto) in sé non è pericoloso. Lo diventa se inalato. Già agli inizi del ‘900 l’organizzazione mondiale della sanità aveva riscontrato la nocività di questo minerale sulla salute umana. Se maneggiato, l’asbesto produce una micro polvere, le cui particelle si depositano negli alveoli polmonari, nei bronchi e nella pleura, causando danni irreversibili. Sembra che anche l’inalazione di una sola particella di fibra possa causare patologie mortali, non esistono limiti di guardia sotto i quali i rischi sono limitati. Ciò significa che maggiore è l’esposizione a questo minerale, maggiore è la probabilità di contrarre patologie polmonari. A seconda della grandezza delle particelle inalate, si nota l’interessamento delle diverse parti dell’apparato respiratorio: per esempio le particelle più grandi (7 micron) si fermano nella cavità orale e nasale; quelle fino a 3,3 micron si fermano nei bronchi secondari, quelle fino a 1,1 micron arrivano agli alveoli polmonari.
Le malattie provocate dall’amianto si sviluppano in seguito a meccanismi di natura irritativa, degenerativa o cancerogena e possono mutare in malattie come:

  •  l’asbestosi: malattia cronica che porta a una degenerazione polmonare. Cicatrici fibrose, sempre più spesse rendono i tessuti polmonari meno elastici, spessi e duri inibendo lo scambio di ossigeno, portando a una inesorabile insufficienza respiratoria.

 

  •  il mesotelioma: è un tumore maligno che colpisce lo strato cellulare di pleura, peritoneo, pericardio, cavità vaginale, testicoli (cioè tutte le cavità sierose del corpo). Il periodo di latenza di questa neoplasia è molto alto: dai 15 ai 45 anni e la sua causa è stata riconosciuta esclusivamente nell’esposizione all’amianto. Questo tumore, che è tra i più aggressivi, non ha ancora terapie di contrasto efficaci.

 

  • I carcinomi polmonari sono i più diffusi, il suo  tempo di latenza sono di 15- 20 anni e può avere altre concause, che ne aumentano la frequenza e aggressività (come il fumo di sigaretta).

Altri  tumori riscontrati in seguito all’inalazione dell’asbesto sono quelli della laringe o del tratto gastro-intestinale e altre sedi.
Il tempo di latenza (cioè l’insorgere della malattia dopo l’esposizione dall’agente patogeno) è generalmente lungo e i primi sintomi si possono riscontrare anche dopo decenni. I fattori che possono scatenare una malattia legata all’amianto sono diversi e ogni soggetto reagisce in modo differente. Sono infatti determinanti il tempo di esposizione, la grandezza delle particelle, la loro stabilità, la quantità inalata nonché la predisposizione fisica individuale.
In Italia si è proibita qualsiasi operazione legata all’amianto (estrazione, lavorazione, commercializzazione) nel 1991 e negli anni successivi (1994-1996) sono state emanate leggi che ne stabiliscono le procedure di bonifica dei siti ove sia stato utilizzato amianto o eternit.
È quindi dalla metà degli anni ’90 che si sta cercando di bonificare abitazioni e spazi commerciali dai derivati dell’amianto. C’è da precisare, però, che l’eternit integrato nelle strutture interne, le lastre piane o quelle ondulate non sono pericolose perché non soggette all’usura: non sgretolandosi, conservate in maniera ottimale, non emanano polveri sottili. Questo non avviene ovviamente per il materiale esposto alle intemperie: la progressiva azione degli agenti atmosferici porta a un deterioramento superficiale che può quindi rilasciare nell’aria materiale nocivo.
La bonifica dell’eternit (o cemento amianto) deve avvenire all’aperto e devono essere adottate tutte le misure preventive affinché non ci sia dispersione di polveri. I metodi previsti sono a) la rimozione del materiale, che deve essere tolto in un unico pezzo e smaltito con tutte le precauzioni del caso. La copertura deve quindi essere sostituita con altre coperture atossiche; b) l’incapsulamento: ove sussistano ragionevoli dubbi sulla dispersione di particelle, l’amianto viene avvolto da del materiale impregnante che penetra nelle fibre, legandole tra loro, e con prodotti ricoprenti (spesso integrati con prodotti che aumentano la resistenza agli agenti atmosferici); c) la sopracopertura copre l’eternit con una nuova struttura atossica, eliminandone la dispersione di polveri tossiche. Questo sistema può essere applicato solo nel caso che la struttura portante sia sufficientemente resistente per sopportare il peso di una copertura aggiuntiva. Il rischio è che durante le operazioni d posa si possano liberare polveri di amianto, forando le parti per fissarle assieme. Nel caso di incapsulamento e sopracopertura è necessario effettuare delle verifiche costanti e periodiche, per verificarne lo stato di conservazione e l’usura.
Le leggi che proteggono il lavoratore sono molto precise: se esiste anche solo un dubbio minimo sulla presenza di amianto nella propria attività, il datore di lavoro deve attivarsi per valutare i rischi,  individuare i materiali contenti amianto e stabilire l’entità della possibile polvere. In caso di azioni di bonifica o maneggio di materiale a rischio, il datore di lavoro è tenuto a: inviare una notifica all’organo di vigilanza di competenza territoriale, indicando l’ubicazione del cantiere, i tipi e i quantitativi di amianto manipolato, attività e procedimenti applicati, numero di lavoratori interessati, data di inizio lavori e durata prevista, misure adottate per proteggere i lavoratori dall’esposizione all’amianto.
I lavoratori che maneggiano l’asbesto devono essere adeguatamente protetti con indumenti adatti, come tute, guanti, maschere con filtri per proteggere le vie aeree. Inoltre devono essere previsti locali distinti ove riporre gli indumenti contaminati e questi devono essere chiusi in appositi contenitori quando devono essere trasportati in lavanderie specializzate. Inoltre devono essere previsti appositi spazi, separati da chi non maneggia amianto, come mense o lavatoi.
Nel 2008, con un ulteriore decreto legge, è stato imposto un limite per l’esposizione alle polveri d’amianto, fissato ora a 0,1 fibre per cm3 come media in 8 ore di attività.
Nel caso si abbia a che fare con materiale contente amianto, o eternit, non è il caso di allarmarsi e provvedere autonomamente alla sua  rimozione,perché è proprio così che si aumentano i rischi. Come già detto, l’asbesto è pericoloso se sbriciolato, quindi è necessario innanzitutto far valutare la situazione da degli esperti, che sapranno consigliare se è il caso di procedere con l’asportazione o con la copertura del materiale a rischio.

14 febbraio 2012 at 11:56 Lascia un commento

Greentips…consigli verdi – Finalmente basta plastica?


Diciamolo, l’anno nuovo non è cominciato benissimo, dal punto di vista ambientale. Alcuni terribili fatti, occorsi nel 2011, si stanno protraendo e sentiremo parlare della Nuova Zelanda (5 ottobre), del Brasile (15 novembre) e della Nigeria (23 dicembre) ancora per un bel po’; così come ci trascineremo le battaglie legali relative al disastro del Golfo del Messico (10 aprile 2010).

Questi disastri hanno minato l’equilibrio di delicati eco sistemi, faceno morire migliaia di pesci e uccelli e permeando i fondali di una patina nera e soffocante, quasi impossibile da eliminare. Oltre al disastro ambientale, si devono annoverare le ricadute economiche: le operazioni di salvataggio delle persone coinvolte, di arginamento dei riversamenti petroliferi, la messa in sicurezza dei relitti si sommano all’annientamento di economie locali già in difficoltà. Ricordiamo, per esempio, ai danni alla pesca causati in Nuovo Messico.I danni correlati a un disastro ambientale, quindi, non si limitano alla sola marea nera, le cui foto sicuramente suscitano impressione e sgomento, ma sono di una portata di molto superiore e le stime sono sempre al ribasso rispetto a quanto realmente si registra, anche a distanza di anni.Da ultimo, ma proprio perchè il più importante, ricordiamo che troppo spesso quando un accadono questi incidenti si perdono vite umane.

Ma com’è possibile che nella nostra epoca, in cui la tecnologia è sempre più avanzata, non si riescano ad evitare questi danni? Come è possibile che colossi come la Chevron o la BP siano protagonisti della cronaca nera ecologica? Forse non esiste una risposta sola, unica e valida per tutti. Tra le concause si possono considerare i materiali usurati e mai ripristinati, cercando un maggior guadagno abbassando le spese di manutenzione.

Da queste semplici analisi sembra che le colpe debbano essere solo addossate ai grandi gruppi petroliferi, che gestiscono male i propri possedimenti e non seguono pedissequamente le procedure di sicurezza. In realtà, se enormi quantità di petrolio si muovono nei mari e oceani del nostro Pianeta è anche colpa nostra.

Come abbiamo più volte detto, esprimendo un nostro personale pensiero, non crediamo che sia possibile eliminare del tutto il petrolio dalle nostre vite. Con il petrolio si producono migliaia di oggetti di uso comune di cui non potremmo fare a meno. Senza questi, non avremmo nemmeno il progresso. I derivati dalla raffinazione del petrolio sono: la plastica, l’asfalto, il catrame, il gasolio, gli oli combustibili, quelli lubrificanti, il cherosene, la paraffina, la benzina. Pensate ora a quanti oggetti si realizzano con questi derivati e a quanti di questi non è possibile rinunciare.

Dobbiamo però sottolineare che dall’uso per necessità si è passati in un breve arco di tempo (pochi decenni) all’abuso. Ed è qui che possiamo intervenire noi e contribuire così alla prevenzione dei disastri ambientali legati al petrolio.

Non ci stancheremo mai di scoraggiare l’uso dell’automobile, se non necessario. Troppo spesso la utilizziamo per percorrere poche centinaia di metri, boicottando l’uso della più salutare bici o andando a piedi.Utilizzare meno la macchina significa bruciare meno carburante, a vantaggio della nostra salute.

Troppo spesso ci riempiamo la casa di oggetti in plastica, di cui non abbiamo reale bisogno. Se ci limitassimo ad acquistare lo stretto necessario e dedicassimio i risparmi (di denaro e tempo) nella ricerca di oggetti davvero unici, ridurremmo anche l’uso dei raffinati in origine.

Ma c’è un oggetto, su tutti, che invade le nostre vite tutti i giorni. Le buste di plastica. Questo piccolo e leggero oggetto, che pesa pochi grammi, piegato occupa pochissimo spazio a fronte di una grossa capacità contenitiva è in realtà uno dei maggiori nemici dell’ambiente. La malsana abitudine di abusarne sta letteralmente distruggendo l’ambiente, con grosse ripercussioni nell’ecosistema e, non da ultimo, sulla nostra salute.

I sacchetti che ci vengono regalati nei negozi molto spesso non vengono utilizzati per più di due volte. La maggior parte di essi vengono buttati via, senza troppi ripensamenti, o dispersi nell’ambiente senza criterio.

Tanto è solo un sacchetto…

Questa è l’idea che ci hanno messo in testa i potenti (politici ed economici) di qualche decennio fa. Ricordiamo tutti la scena del film Il Laureato del 1967, in cui Dustin Hoffman ha uno scambio di battute con un amico del padre:”Voglio dirti solo una parola, ragazzo. Solo una parola». «Sì, signore». «Mi ascolti?». «Sì, signore». «Plastica». Pausa. «Credo di non avere capito, signore». «Plastica, Ben. Il futuro è nella plastica”, il cui riferimento è chiaramente il Nobel per la Chimica assegnato allo scienziato Giulio Natta, che brevettò nel 1963 il polipropilene.

Quando fu messo in circolazione, il sacchetto di plastica sembrava la soluzione perfetta per la vita di tutti i giorni. Ogni negozio ce ne dava anche più di uno, per contenere la spesa e gli altri acquisti. Con i decenni si sono manifestate le conseguenze. Per esempio, in città, i sacchetti dispersi imbrattano gli spazi comuni: parchi, strade, vie di scolo. Pensate a quale intasamento può causare un ammasso di plastica nel sistema smaltimento delle acque delle nostre città.

Alcuni sacchetti, lasciati da incauti turisti o trasportati da maree e venti, imbrattano anche le aree non urbane. Gli animali selvatici e gli animali marini si ritrovano, talvolta, a mangiare plastica scambiandolo per cibo.

La plastica dei sacchetti, la maggior parte delle volte, finisce in mare aperto. Al largo dell’America ha addirittura creato un’isola galleggiante, che viene ora chiamata il sesto continente tanto è estesa. Il Pacific Tash Vortex è un enorme problema sociale, di cui ancora non si parla abbastanza e non si fa abbastanza per estinguerlo. La plastica quando è in acqua si scinde in polimeri via via più piccoli che contaminano l’acqua e gli essere viventi più piccoli della catena alimentare marina. Pesce grande mangia pesce piccolo  e se il pesce piccolo è intossicato, il pesce grande si intossica a sua volta. L’uomo pesca i pesci inquinati e così immette cibo tossico nella catena alimentare. Spaventoso.

Nel corso del 2011 avevamo gioito per la scelta del Governo italiano di proibire i sacchetti di plastica nella grossa distribuzione. A fine anno, il Governo Tecnico che si è succeduto ci ha lasciati con il fiato sospeso, perchè sembrava che questo divieto fosse stato ritrattato. Ora possiamo dire che non è così. Il nuovo Governo ha invece dato maggiori dettagli e nuove limitazioni alla distribuzione delle shopper di plastica, incentivando le shopper biodegradabili. A fine anno sembrava che le lobby della plastica non volessero rinunciare ai guadagni del loro commercio e sembrava che si fossero imposte sulle scelte governative, anzichè cercare di modificar le loro linee produttive. Ovviamente non si può pretendere che il cambio di abitudini sia rapido e indolore (pensiamo a chi potrebbe perdere il lavoro a causa della “crisi della plastica”) ma riteniamo che nuove leggi e nuove abitudini possano essere un’opportunità in più di sviluppo.

In realtà è proprio su questo aspetto che il Ministro dell’Ambiente e il Ministro dello Sviluppo Economico stanno dirigendo gli obiettivi futuri.
Ecco cosa comunica il Ministrero dell’Ambiente in un comunicato stampa del 23 dicemrbe scorso:

L’obiettivo del Governo è infatti accelerare il percorso già in atto per orientare i consumatori verso prodotti ambientalmente sostenibili, e insieme dare impulso allo sviluppo della “green economy”, che può rappresentare un settore trainante della crescita.

Inoltre, sono state rafforzate le sanzioni per chi vìola le nuove prescrizioni di tutela ambientale e dei consumatori.”

Da parte nostra vi suggeriamo di non attendere leggi e regolamenti governativi per attuare ciò che è dettato dal buon senso: andare a fare la spesa con una shopper di tela o con una classica sporta è un’azione di responsabilità e coscienza ecolociga che ripagherà tutti noi con un ambiente più pulito e salubre.

Vi suggeriamo di guardare e divulgare questa presentazione, in cui viene spiegato semplicemente ma efficacemente perchè rinunciare alla plastica.

19 gennaio 2012 at 12:11 Lascia un commento

Greentips…consigli verdi-20 aprile 2010


Facciamo una prova: chiedete ad amici e conoscenti cosa è successo il 20 aprile 2010. Forse nessuno più se lo ricorda, ma in quel giorno 11 operai hanno perso la vita in quello che in questi giorni è stato decretato come il più grave disastro petrolifero offshore mai accaduto. La piattaforma petrolifera di proprietà della BP ha riversato in mare 5.000.000 di barili (scriverlo in cifre rende più l’idea di quanto siano 5 milioni di barili) di petrolio.

Il 1° novembre 2011 è stato pubblicato il dossier integrale a conclusione dell’indagine della Oil Spill Commission (istituita dal Presidente USA Barak Obama) che ha indagato sulle cause e le conseguenze dell’incidente occorso alla Deepwater Horizon. Secondo la Commissione, sono stati diversi i players di questa tragedia: a parte la BP, la Halliburton e la Transocean, anche “le normative del governo sono state inefficaci e non sono state in grado di tenere il passo del progresso tecnologico delle trivellazioni offshore”. La Commissione sottolinea come, sia per comportamenti superficiali da parte delle aziende coinvolte, sia dal mancato controllo dell’ente governativo preposto abbiano seriamente minato la sicurezza dell’impianto off-shore, portando al ben noto disastro. L’intento del dossier è quello, anche, di spingere il Governo a prendere seri provvedimenti e a rivedere le norme in materia di sicurezza off-shore: moltissime piattaforme sono obsolete o danneggiate e un nuovo disastro ambientale non stupirebbe nessuno.

Mantere alta la guardia su un disastro come questo e non dimenticare quello del 1989 occorso alla Exxon Valdez, parlarne e scriverne serve a far capire ai Governi, a qualsiasi Governo, che siamo tutti responsabili e tutti coinvolti. Adeguare le leggi, pretendere che le Compagnie Petrolifere effettuino continue manutenzioni alle proprie piattaforme serve a scongiurare nuovi disastri, il che implica non piangere più morti, a non compromettere l’ecosistema in cui noi stessi viviamo. La biodiversità è la nostra ricchezza e dobbiamo preservarlo, ad ogni costo.

3 novembre 2011 at 16:05 Lascia un commento

Greentips…consigli verdi-Nuovo disastro petrolifero cinese


4 giugno 2011. Forse questa data non dice niente a nessuno di voi, ma è il giorno dell’ennesimo disastro ambientale. Questa volta è successo in Cina, nella Baia di Bohai, poco più di 300 chilometri a sud di Pechino.

Il governo cinese non ha divulgato la notizia. Nè lo hanno fatto le aziende petrolifere coinvolte; a farlo è stato un cittadino qualunque, che il 21 giugno ha diffuso la notizia tramite il Twitter cinese, Weibo.  Stando alle informazioni raccolte sinora, sembra che il giacimento di petrolio di Penglai 19-3 (il più grande, nel suo genere, nella Repubblica Popolare Cinese) abbia subito due falle durante le fasi di trivellazione, che hanno riversato in mare petrolio per 840 chilometri quadrati (per rendere l’idea, l’area corrisponde alla metà della superficie di Londra) al momento della divulgazione della notizia. Il danno ambientale riportato dall’acqua in quella zona è sceso a livello 4, cioè il più basso nella scala stabilita per dare un grado alle analisi. Tuttavia, nonostante si parli di questo disastro, le due società che gestiscono il giacimento, l’american ConocoPhillps e la cinese China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) non diffondo notizie in merito, occultando di fatto le informazioni. Le uniche note che vengono rilasciate sono di rassicurazione, sostenendo che la situazione è sotto controllo. Secondo il direttore di un’organizzazione non governativa cinese, l’Istituto degli Affari Pubblici e Ambientali, il ritardo con cui è stata data la notizia e la scarsità di informazioni è inammissibile. Come non è ammissibile non conoscere l’esatta situazione e il danno ambientale che è stato arrecato, aggiungiamo noi. Non è ancora chiaro quanto questo disastro influirà sulla pesca e l’economia della zona interessata. In ogni caso, l’unico dato certo è che le sanzioni applicate in caso di incidenti ambientali  ammontano a circa 21.000€.

E’ notizia delle ultime ore che la macchia di petrolio in mare è aumentata sino a coprire 4.200 chilometri quadrati  (sempre per dare l’idea della sua vastità, corrisponde a 4 volte la superficie di Roma), per un totale stimato di 7 mila barili di greggio.

Ad un mese dal disastro sembra anche evidente che le falle sono due: infatti sono stati riscontrati versamenti in mare in due zone distinte della baia, in un arco compreso in 4 chilometri di costa, interessando la spiaggia di Dondaihe.

In Cina mancano leggi in materia di disastri ambientali. E’ molto probabile che i risarcimenti andranno solo ai pescatori, per il danno causato dal mancato guadagno della loro attività. E non è nemmeno chiaro chi delle due società pagherà. Probabilmente toccherà all’americana ConocoPhillps , detentrice del 49% del capitale (alla CNOOC il restante 51%): secondo le normative cinesi sarà ritenuta il maggior responsabile di disastro ambientale in caso di incidenti.

La Cina, Paese economico emergente, presenta lacune enormi a livello legislativo. Le carenze di regole anche in materia di sicurezza portano inevitabilmente a disastri ambientali, più o meno piccoli. Ricordiamo che l’anno scorso l’esplosione di due oleodotti ha provocato la fuoriuscita di 12.000 barili di greggio nel porto di Dalian. Durante le operazioni di bonifica dell’area interessata è anche morto un vigile del fuoco. Nel 2008, invece, si sono registrate almeno 109 fuoriuscite di greggio.

La memoria corre all’incidente dell’anno scorso nel porto di Dalian, quando l’esplosione di due oleodotti della China National Petroleum provocò la fuoriuscita di 12mila barili di greggio pari a un danno economico di oltre 200 milioni di yuan (31 milioni di euro). Un incidente catalogato “ad alto livello d’inquinamento” secondo la legge sulla tutela ambientale approvata a marzo dell’anno passato che affida l’inchiesta direttamente al governo. Soltanto nel 2008, riferì allora il quotidiano Global Times , furono registrate 109 fuoriuscite di greggio in Cina.

E per l’ennesima volta il mondo assiste all’attacco dell’uomo all’ambiente. Anche se la bonifica dell’area avverrà in tempi relativamente brevi, l’inquinamento marino avrà comunque agito e alcune specie acquatiche saranno sicuramente state compromesse. Dobbiamo essere onesti e renderci conto che non è possibile vivere senza petrolio (da esso si possono ottenere anche oggetti utili e spesso indispensabili per la vita quotidiana). Quello che si deve cercare di fare è innanzitutto limitare l’uso del petrolio al minimi indispensabile. Ridurne i consumi significa ridurne l’estrazione. Poi è necessario sostituire gli impianti obsoleti con strutture moderne e sicure, che adottino tutti i sistemi di sicurezza più innovativi. Troppe volte leggiamo notizie di disastri causati dall’estrazione del petrolio. E’ ora di darci un taglio e di salvaguardare l’ambiente marino, così delicato e indispensabile alla nostra stessa esistenza.

28 luglio 2011 at 12:55 Lascia un commento

Greentips…consigli verdi-Il nucleare e la salute


Lo tsunami che ha messo in ginocchio il Giappone sta facendo ancora parlare di sè. La centrale di Fukushima, nella sua immensa tragedia, ha fatto fermare il mondo intero sul futuro del nucleare e ha fatto riflettere il mondo intero. Che l’energia nucelare sia pulita e sicura, non è più una certezza. Anzi, è una bugia chiara a tutti. Ma era necessario un incidente di questa portata, per far capire che il nucleare non è la soluzione, ma è solo il primo di tanti problemi? Vi siete mai chiesti cosa comporti essere esposti alle radiazioni e come viene compromessa la nostra salute? Tutto il nostro corpo ne può risentire, in diverse forme e di radiazioni si può morire.

Gli organi riproduttivi danno risposte differenti alle radiazioni: negli uomoni, gli spermatozoi maturi sono resistenti alle radiazioni, ma le cellule in via di formazione sono, invece, molto sensibili. Bassè quantità di radiazioni condizionano negativamente la produzione spermatica, mentre alti dosaggi rendono permanentemente sterili. Nelle donne, invece, le radiazioni colpiscono maggiormente gli ovociti a media maturazione e, come per gli uomini, alte radiazioni portano a una sterilità permanente.

Nel midollo osseo sono presenti le cellule che “producono” il nostro sangue e sono tra le cellule più sensibili all’irradiamento nucleare. Se il bombardamento nucleare è massiccio e non controllato (come, per esempio, nel caso di un incidente nucleare) la distruzione di un numero elevato di cellule midollari può causare infezioni ed emorragie e compromette la produzione di nuovo sangue.

La pelle è il primo organo che viene esposto alle radiazioni, se presenti nell’ambiente. Il sovradosaggio di radiazioni provoca un forte arrossamento dell’epidermide, che tende però a scoparire in breve tempo. Dopo qualche settimana da questa manifestazione, si presenta un eritema più violento e duraturo. Se l’esposizione è stata massiccia, si presentano bolle, ulcerazioni e perdita di capelli, seguite da anomalie nella pigmentazione anche dopo un lungo lasso di tempo (mesi o addirittura anni).

Il tratto gastrointestinale presenta reazioni simili a quelle cutanee. Le cellule che rivestono la mucosa intestinale vengono letteralmente uccise dalle radiazioni, portando alla inevitabile ulcerazione dei tessuti.

I fisici che negli anni ’40 del secolo scorso hanno lavorato sui ciclotroni, hanno presentato mesi dopo le esposizioni all’irradiazione neutronica, l’opracizzazione del critallinio. L’occhio presenta gradi di gravità crescente proporzionalmente alle dosi di radiazioni a cui è stato esposto.

Nemmeno il cervello e gli altri organi di senso sono immuni ai danni causati dalle radiazioni. Alcuni studi stanno dimostrando che le radiazioni portano il sistema nervoso a produrre sostanze tossiche i cui primi sintomi sono nausea (con vomito), sonnolenza, apatia.

L’esposizione alle radiazioni induce altri gravi effetti sulla salute, che si rivelano a lungo termine.

Per esempio, i soggetti irradiati mostrano i sintomi della Sindrome da panirradiazione acuta, i cui effetti variano a seconda del tempo e della quantità di radiazioni a cui si è stati esposti. Gli effetti negativi più importanti si manifestano nel sistema immunitario, inibendolo e causando così altre malattie immunologiche. Oltre a ciò, si uniscono gravi deficit ematologici. Dopo i primi sintomi (astenia, anoressia, nausea) segue l’atrofia di linfonodi, milza e midollo, comportando anemia, riduzione dei globuli bianchi, delle piastrine ed eccessiva sensibilità alle infezioni. Un’altra sindrome che si manifesta è quella gastrointestinale, i cui sintomi sono nausea, vomito e diarrea. La degenerazione porta alla morte, in stato di shock ipovolemico (riduzione del sangue circolante) e grave disidratazione.

Un altro gravissimo effetto è l’incidenza del cancro. Le statistiche dimostrano una probabilità alta nei soggetti irradiati, che si ammalano di neoplasie e leucemie. Età, genetica ed esposizione inducono diversi effetti sul corpo, ma gli studi osservazionali effettuati sui sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki hanno messo in stretta relazione le radiazioni nucleari e l’aumento dei tumori.

Non sono da considerare minori gli effetti genetici ed ereditari. Altri studi condotti su popolazioni fortemente irradiate (Chernobyl) hanno dimostrato che le radiazioni nocciono gravemente agli embrioni durante la gestazione. Addirittura, nelle prime 5 settimane di gestazione si possono verificare aborti. Se portata a termine la gravidanza, le radiazioni assorbite dai feti portano alla nascita di bambini malformati, gravemente malati o con sindrome di Down. Le più comuni malformazioni riguardano spesso il cervello e consistono nella microcefalia, esencefalia, idrocefalia e anoftalmia. Nelle generazioni successive alla prima, si osservano evidenti lesioni genetiche i cui meccanismi sono ancora allo studio degli esperti.

Non vogliamo entrare in dettagli politici, se sia costoso o no costruire le centrali nucleari o se sul lungo termine sia conveniente o no ottenere in questo modo l’energia. Rimangono indiscutibili gli effetti sulla salute, delle radiazioni nucleari. Basta un incidente per scatenare danni e reazioni a catena sulla salute di una larga parte di popolazione per far capire che il nucleare non è la scelta giusta. (Chernobyl e Fukushima sono un esempio evidentissimo di cosa possa accadere alle persone coinvolte.

Il Governo italiano ha deciso, in questi giorni, di sospendere il referendum previsto il 12 giugno, con cui potevamo scegliere se andare avanti e percorrere la strada del nucleare o no. Al momento ci è stata negata la possibilità di dissentire sulla costruzione di nuove centrali, ma non è detto che in un prossimo futuro si possa esprimere nuovamente il nostro parere.

Noi, Ecogreentips, riteniamo che una classe politica attenta ai desiderata del popolo dovrebbe innanzitutto pensare a come contenere i costi legati all’energia e insegnare ai propri cittadini a risparmiare energia. I capitali così risparmiati dovrebbero essere utilizzati per adottare nuovi sistemi di produzione energetica. E’ così che si sta muovendo il resto d’Europa.

20 aprile 2011 at 11:11 Lascia un commento

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